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Cinquemila e forse pił PDF Stampa E-mail
0359.jpgQuesta volta neanche la Questura ha provato a ridurre la portata del fiume di donne e uomini che il 18 aprile ha allegramente invaso la Strada Statale Domiziana e dato vita alla prima grande manifestazione antirazzista a Castel Volturno. Una manifestazione d’immigrati, rifugiati, richiedenti asilo e italiani aperta dallo striscione che annuncia una primavera antirazzista. Un corteo nel ricordo dei sei fratelli africani ed uno italiano, uccisi lo scorso settembre e di Miriam Makeba, venuta assurdamente a morire qui dal Sudafrica. Proprio come Jerry Essan Masslo, che esattamente 20 anni fa, era l’agosto dell’89, veniva ucciso a Villa Literno a pochi chilometri nell’entroterra, per essersi rifiutato di farsi rapinare all’uscita del ghetto. Contro le previsioni di molti le vetrine dei negozi lungo il percorso del corteo sono rimaste aperte. Poche le voci dissonanti e persino qualche manifestazione di timido sostegno da parte della popolazione italiana, stanca delle condizioni di vita impossibili ma anche di essere dipinta come razzista. Un clima che avevamo registrato nei mesi precedenti alla manifestazione in cui l’Arci e le altre realtà che hanno costruito la mobilitazione hanno portato avanti una campagna di informazione e sensibilizzazione di piazza in piazza con volantinaggi e giochi di strada per avvicinare le famiglie e discutere insieme le ragioni di una situazione tanto incomprensibile. Ci hanno raccontato che la vita è difficile in questa fascia litoranea di 27 chilometri. I giovani vanno al nord per lavorare. Non c’è stazione ferroviaria e i collegamenti per Caserta, la città capoluogo, sono impossibili. Gli autobus per Napoli si riempiono fin dal primo mattino di neri. Pochi parlano però del ruolo dell’illegalità diffusa anche tra gli italiani e della criminalità organizzata. La popolazione residente è di 22.000 abitanti di cui 2.300 con cittadinanza non italiana. Ma si stima una cifra intorno ai 6.500 irregolari che arrivano spesso direttamente da Lampedusa o Crotone, dopo avere fatto richiesta di asilo e averne ottenuto solo un biglietto con un appuntamento a molti mesi di distanza, arrivano a Castel Volturno. Perché solo qui, anche senza documenti, una rete di contatti, affitti e lavoro nero gli permettono di sopravvivere. E qui rimangono bloccati a lavorare a califfo, ossia per un caporale, per 15 euro al giorno quando si ha la fortuna di essere pagati. Anche per queste ragioni i promotori della campagna “Non aver paura” hanno deciso di incontrarsi qui il 17 aprile e organizzare un evento pubblico per spiegare il senso della campagna anche qui. Sono intervenuti Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, Oliviero Forti, della  Caritas Italiana; Kurosh Danesh, Cgil, Rokson Boadu, mediatore culturale e Filippo Miraglia che ha lanciato l’idea di un nuovo campo di solidarietà organizzato la prossima estate dall’Arci per dare accoglienza ai lavoratori stagionali sfruttati in agricoltura.
 

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